Sesto San Giovanni e Brigate Rosse: quando la memoria diventa Storia - Oj Eventi

Sesto San Giovanni e Brigate Rosse: quando la memoria diventa Storia

Sesto San Giovanni

Sesto San Giovanni e Brigate Rosse: quando la memoria diventa Storia

 

Sesto San Giovanni

Per quale motivo accostare il Comune di Sesto San Giovanni alle famose Brigate Rosse italiane? 

Quale nesso esisterebbe tra i due e perché? Quel che è accaduto in Italia negli anni Settanta, assomiglia più ad un pezzo di ferro perennemente incandescente; se ne sta lì, nascosto agli occhi dei più, chiaramente spaventati all’idea di toccarlo. 

Oggi, però, ci chiediamo cosa successe davvero nei mitici anni Settanta Made in Italy e perché la narrativa politica al riguardo è sempre apparsa scarna, titubante o addirittura sbrigativa. 

Sì, perché un conto sono le ricostruzioni che possiamo leggere sui manuali, un altro le testimonianze personali. Quelle dirette, taglienti e spesso spiazzanti.

A proposito di testimonianze, eccovene una a dir poco agghiacciante, proveniente da una penna torinese:

«In quel cortile succede che tu Walter, ferito alle gambe, chiami più volte: “Mamma… mamma”. 

E tua madre ti sente, e grida: “Walter!”, ma non può muoversi dal divano dove i poliziotti le hanno intimato di stare seduta. E poi lì fuori in cortile arriva un altro poliziotto, e ti fredda sparandoti un colpo al cuore. Per simulare una sparatoria, esplode altri colpi. Ecco perché ai barellieri quando arrivano in ambulanza non viene permesso di soccorrerti. Prima devono finirti. La messinscena è completa. La versione da dare ai giornali è pronta. 

Dicendo che sei stato tu a sparare lì da terra perfino ai barellieri, il ritratto di te da dare ai giornali è fatto» 

Adesso magari vi starete chiedendo chi sia questo tale Walter, ma soprattutto chi avrebbe scritto queste frasi shock e ancora qual’è il nesso con Sesto S. Giovanni?

Scopriamolo insieme!

L’Italia brigatista: c’era una volta a Sesto San Giovanni un ragazzo, il suo nome era Walter Alasia

Walter Alasia è il più famoso brigatista dopo i grandi capi delle Brigate Rosse. Nato a Sesto San Giovanni nel 1956, muore il 14 Dicembre del 1976, alla prematura età di vent’anni, in quella Sesto San Giovanni che l’aveva visto nascere.

La testimonianza citata sopra è stata scritta dal cugino di Alasia, lo scrittore torinese Giuseppe Culicchia

Dopo oltre quarant’anni di silenzio, Giuseppe decide di buttare giù quelle che sono le sue personali memorie del cugino. Memorie che si intrecciano, scontrandosi con gli atti giudiziari e il resoconto storico ufficiale della vicenda di Walter

Ciò che ne esce fuori è un dipinto scioccante. Quello di un giovane uomo guidato da due forze opposte e contrarie: la docile, gentile e vivace del Walter casalingo e l’assassino tremendo, il brigatista senza scrupoli del Walter in strada

Ma chi era davvero Walter Alasia? Proviamo a fare ordine nella Storia.

La Sesto San Giovanni Rossa si racconta. Buoni o cattivi? Alasia, criminale o vittima dell’Italia operaia? 

La prima constatazione lascerà forse l’amaro in bocca. E cioè che se proprio si vuole dividere il mondo in buoni e cattivi, bisognerà arrendersi al fatto che i cattivi quasi sempre hanno un lato buono e i buoni spesso ne hanno uno cattivo. 

Santi o demoni perfetti sono rarità assolute, forse sono soltanto grandi miti della storia e delle religioni

E poi ci sono i buoni, come Walter (almeno così ci porta a pensare Culicchia), che la società, la storia, le circostanze e il carattere, fanno scivolare in un buco nero, dove diventa difficilissimo, per chi ne viene inghiottito, distinguere il bene dal male. 

Il risultato è che questi buoni finiscono per commettere atti atroci.Come uccidere dei padri di famiglia o trascinare la propria famiglia nel baratro dell’abisso, o ancora lasciare solo e abbandonato un ragazzino di dodici anni. 

Quel ragazzino, Giuseppe Culicchia, cresce con un’ossessione in testa: quella di scrivere qualcosa da dedicare a Walter. A quel cugino ucciso, vittima ed assassino ad un tempo.

Le memorie di Culicchia sono secche, impietose, vive. Le citazioni sono profondamente illuminanti, come quella riportante i versi della canzone di Guccini, La locomotiva: “ Non so che cosa accadde, perché prese la decisione/Forse una rabbia antica, generazioni senza nome/Che urlarono vendetta, gli accecarono il cuore/Dimenticò pietà, scordò la sua bontà…”

Deduciamo quindi, che risulta impossibile e forse anche ingiusto, giudicare persone e fatti in bianco e nero. Le sentenze drastiche, quelle tagliate con l’accetta, non sono mai frutto della ponderazione riflessiva.

Walter è stato figlio del suo tempo, un tempo non facile, guidato da lotte intestine e divisioni politiche a dir poco laceranti.

Tuttavia, all’epoca dei fatti, bisognava scegliere e non era facile: le Brigate Rosse avevano già compiuto sequestri e assassini. Ma gli Anni di Piombo erano ancora agli inizi, tutta la sinistra, soprattutto la base, la “classe operaia”, era percorsa da dibattiti in punta di slogan, che andavano dai “compagni che sbagliano” a “né con lo Stato né con le BR”.

Le cronache Rosse di Sesto San Giovanni

Il Comune lombardo di Sesto San Giovanni quindi, ha fatto da cornice ufficiale di rilievo di quegli anni, calibrandosi come il reale sfondo storico in cui accaddero i fatti legati alla tragedia del brigatista Alasia. 

Come facilmente deducibile, la Sesto degli anni 70’, andò quindi a rappresentare uno dei covi principali della più vivace e scapigliata cortina di tumulti rivoluzionari meneghini

Agitazioni politiche legate sia al movimento Brigatista che ai restanti partiti italiani di opposizione.

A Sesto, quella notte, il figlio di due operai iscritti al PCI aveva ucciso due poliziotti dello “Stato borghese” e non era scontato decidere da che parte stare. Soprattutto per chi professava un’ideologia con radici provenienti da tutti i movimenti rivoluzionari armati del mondo. 

Ma i sindacati decisero, il PCI decise e la scelta fu senza se e senza ma: si doveva difendere non lo “Stato borghese”, ma lo “Stato democratico”, conquistato con la lotta di Liberazione dal Nazifascismo.

Uno Stato da riformare attraverso il consenso con i mezzi previsti dalla Costituzione e non attraverso l’imposizione con la lotta armata di una “dittatura del proletariato”. 

A sinistra lo scontro ideologico fu tra chi nei cortei urlava “lotta dura per le riforme di struttura” e chi:

“Lo Stato borghese si abbatte e non si cambia”

Il 16 Dicembre, il giorno dopo la morte di Alasia, una folla immensa di operai riempì la piazza davanti al Municipio di Sesto, urlando contro il terrorismo e le Brigate Rosse. 

Com’è altrettanto vero che il giorno dei funerali di Walter, il piccolo Culicchia insieme ad altri operai, salutarono il feretro del ventenne con i pugni alzati, promettendo vendetta e morte al giudice Emilio Alessandrini (colui che aveva firmato il mandato di perquisizione in casa di Walter, che si risolse con l’uccisione di Alasia), presente ai funerali insieme alla Digos

La promessa dei comunisti venne poi mantenuta. Alessandrini fu freddato dalle Brigate nel Gennaio del 1979.

Questi i fatti, a testimoniare l’immenso ed intricato coacervo di tumulti, resistente, schieramenti, partiti e nevrosi sociali. 

Il comune di Sesto e l’Italia intera, vissero uno dei periodi più infuocati e disordinati della storia di tutti i tempi. Trarne quindi giudizi, sentenze e schemi netti, risulta impresa impossibile. 

C’erano, certo, grandi ideali che agitavano e che andavano a scontrarsi con la realtà e la regola. 

Ma c’era, poi, anche l’eccesso di questi stessi ideali, di questi sogni. E l’eccesso, come in tutte le cose, non porta mai liete notizie. In questo caso portò al sangue e a morti atroci. 

L’epilogo comunista di Sesto San Giovanni: Giuseppe Culicchia VS Giovanni Bazzega 

Ma come morì Alasia? Deliberatamente freddato con un colpo al cuore, ci ricorda Culicchia nelle sue memorie.

“Da parte mia”, scrive Culicchia, immaginando di parlare ad Alasia “ricordo bene tua madre che ci racconta: “Quando sono stata convocata dal sostituto procuratore Alessandrini, mi ha restituito il giaccone di pelle che Walter portava quella mattina. E mi ha detto: “Signora, se la cosa può confortarla, sappia che suo figlio ha ucciso solo uno dei nostri. L’altro ce lo siamo ammazzati noi per errore”.

La versione ufficiale, quella che lo stesso Alessandrini fornisce alla stampa e riportata dai giornali, racconta di un Walter Alasia che spara ai due poliziotti ferendoli a morte, poi si cala nel cortile fuggendo dalla porta finestra del balcone, quindi viene colpito da una prima raffica alle gambe. 

La versione ufficiale dice che “si finge morto. Sopraggiungono due barellieri (…). Alasia si rialza, spara ancora e a questo punto uno dei cinquanta poliziotti appostati nel cortile lo stende con una raffica di mitra”.

Il secondo poliziotto, che secondo Culicchia, i colleghi avrebbero fatto fuori per errore, è il maresciallo Sergio Bazzega.

Al di là di come siano andati davvero i fatti, bisogna ammettere che le memorie di Culicchia oggi, stimolano ancora verso la ricerca della verità. Il limite di queste sue riflessioni, è però rappresentato dagli ostacoli che egli stesso pone nel contribuire a rivelarla. Come? Proponendo con enfasi la “certezza” di una versione alternativa, senza farsi carico dell’onere della prova, dato che i dubbi non sono prove e mancano riscontri documentali.

Oggi ci si chiede come andarono davvero i fatti. Purtroppo, non ci è dato saperlo fino in fondo.

Quelle che restano però, sono le commoventi parole di Giovanni Bazzega, figlio del maresciallo ucciso.

Queste le parole di Giovanni, dopo aver letto le memorie di Culicchia su Alasia

Se posso permettermi di dire la mia, dopo aver letto le memorie di Giuseppe, penso si tratti di un lavoro da un certo punto di vista necessario. 

Non trovo pietas a senso unico nei suoi pensieri, anzi trovo molto dolore nel modo in cui Culicchia parla del male causato a papà e a noi familiari, dolore che mi è stato confermato quando ho avuto modo di conoscere Giuseppe. 

Personalmente ho speso gran parte della mia vita ad odiare quel “mostro” come tutti lo definiscono, che altro non era che un ragazzo che ha fatto delle scelte (evidentemente sbagliate) dettate da esperienze di vita, educazione e incontri e che hanno portato a conseguenze tragiche, da qualunque lato si voglia vedere la storia, ma che resta un ragazzo e non un mostro.

Se non ci sforziamo di fare questo passo e di provare a riconoscerci reciprocamente, vedo veramente difficile uscire da quella spirale di dolore che accompagna la vita di chi non riesce a fare “pace” con la propria storia. 

Quello che personalmente mi serviva, era proprio conoscere la persona, il ragazzo che era Walter, per riuscire a chiudere definitivamente un percorso iniziato tanto tempo fa e che necessitava di questo passo.

Queste non sono riflessioni che pretendono di riscrivere la storia e i fatti, ma che molto onestamente fanno capire che anche chi commette le peggiori azioni non può essere cristallizzato solo in quelle, che creare mostri non fa bene a nessuno e che il dolore non è stato solo di noi vittime… e di questo ringrazio Giuseppe”.

Trovi i ruggenti anni 70’ sconvolgenti ma anche appassionanti?

Ti è venuta voglia di buttare un occhio alle arene storiche che animarono, in quegli anni, il Comune di Sesto San Giovanni? Faccelo sapere!

Articolo di Sebina Montagno

Iscriviti per ricevere news su Milano

Entra nella nostra chat telegram

Scopri gli eventi su Milano

Contattaci per assistenza