Parco dei Mostri di Bomarzo: nei meandri del bosco dei misteri - Oj Eventi

Parco dei Mostri di Bomarzo: nei meandri del bosco dei misteri

Parco dei Mostri di Bomarzo

Parco dei Mostri di Bomarzo: nei meandri del bosco dei misteri

 

Parco dei Mostri di Bomarzo

Parco dei Mostri di Bomarzo

Il Parco dei Mostri di Bomarzo, denominato anche Sacro Bosco o Villa delle Meraviglie, si trova nella cittadina di Bomarzo, in provincia di Viterbo. È un parco naturale ornato da numerose sculture e architetture ritraenti animali mitologici, divinità e mostri.
La sua realizzazione risale al XVI secolo  a opera di Pierfrancesco Orsini, detto Vicino.
Egli ne curò la costruzione dal 1550 alla sua morte, giunta nel 1585.
Egli esprime apertamente le sue idee anticonformiste con 30 sculture dalle forme sorprendenti ed eccentriche.
L’impressione visiva delle statue è un omaggio agli Etruschi che vivevano nella locale zona della Tuscia.
L’Ingresso del Parco è a fondo valle. I cunicoli naturali del complesso si snodano in articolate vie nel sottobosco antistante la valle.

Il Parco è connesso a un tour che prevede anche la visita presso Civita di Bagnoregio, la cosiddetta città che muore. È possibile usufruire di un’opzione tour che collega entrambe le mete. Il Lazio offre tantissime mete artistiche uniche. Perché non approfittare per vedere da vicino la splendida Villa d’Este?

Ma prima, addentriamoci in questo misterioso Bosco, cercando di svelarne i misteri più reconditi!

Un po’ di storia: da Bosco a Parco

L’idea del Parco prese forma progettuale nel 1547, per poi iniziare i lavori nel 1552. Questi ultimi furono interrotti data l’attività militare di Vicino. Si dovette attendere fino al 1560 per riprenderli.
Molti studiosi hanno pensato che la realizzazione del complesso fosse a opera di Michelangelo o Jacopo da Vignola. Oggi è certo che la commissione andò a Pirro Ligorio, magistrale architetto manierista.
La realizzazione delle sculture fu invece affidata a Simone Moschino.
L’Orsini chiamò il Parco semplicemente “boschetto” e lo dedicò a sua moglie Giulia Farnese.
La supervisione e realizzazione della monumentale opera lo tenne impegnato fino al 1581.

Il Parco è disseminato di statue raffiguranti creature mitologiche e fantastiche, sulla falsariga del Manierismo corrente all’epoca. A queste, Vicino impresse un gusto tutto suo riguardo la disposizione, la simbologia e l’esoterismo che si nascondono dietro l’apparente insensatezza del luogo.
Originariamente il Bosco era collegato al locale Palazzo Orsini tramite un enorme giardino all’italiana, di modo che l’entrata inaspettata in questo luogo producesse nel visitatore un contrasto evidente con la rasserenante visione precedente. Nel 1950 la famiglia Bettini comprò il terreno. Decisero di ristrutturarlo e di ridargli vita.
Fu così che il “boschetto” divenne Parco.

Il Parco dei mostri di Bomarzo: le varie teorie dietro la costruzione

Il luogo è concepito come un sentiero irto di difficoltà da superare. Vi sono più significati e interpretazioni riguardo alla motivazione che ha spinto Orsini ad edificare questo spazio.
Si crede che uno dei suoi intenti era quello di sorprendere e stupire i visitatori del suo Bosco.
Ma non solo questo. In parte si pensa che uno degli scopi di Vicino fosse quello di testare la conoscenza dei suoi amici in fatto di mitologia e cultura classica, come anche filosofia, esoterismo e alchimia.

Un’altra teoria vede come più probabile l’idea di rappresentare le paure umane in tutto il loro spavento. Che modo migliore di mostrare la paura verso l’ignoto se non mostrando figure ibride di sconosciuta provenienza? Un’ultima  teoria in parte si allaccia a questa, quasi ad ampliarla. E se l’obiettivo di Vicino fosse quello di affrontare e superare la paura stessa che attanaglia l’uomo?

La Statua dell’Orco: andare oltre la vista

Un esempio può essere la celebre Statua dell’Orco, ormai divenuta icona del Parco stesso.
A primo impatto può spaventare e sembrare paurosa, fredda.  Chi non ha il coraggio di affrontarla, scapperà a gambe levate e non avanzerà mai nel Bosco. Chi l’affronterà scoprirà una gradevole sorpresa. Entrando nella bocca dell’Orco si viene accolti da un ambiente caldo e accogliente con panche, sedie ed un tavolo centrale.
Forse in questo modo l’Orsini vuole darci un premio per aver affrontato le nostre paure? Un modo per andare oltre le apparenze per così scoprirne il bello che si nasconde dietro?
Tra l’altro, chi supera i vari ostacoli, esce dal Bosco. Come a dire che c’è sempre una possibilità di uscire dall’incubo, se si è pronti a scavare in sé stessi. Un’ultima curiosità riguardo la Statua dell’Orco.
Entrando nell’ambiente, l’acustica è fatta in modo che la propria voce risulti in un eco più grave, quasi a voler spaventare un’ultima volta anche il più coraggioso che ha osato sfidare l’Orco!

Il Parco dei Mostri: capriccio o qualcosa di più?

Le statue originariamente erano colorate, per rendere più vivo e realistico l’impatto visivo.
Col tempo sono sbiadite. Sono direttamente scavate nel peperino e il basalto, rocce vulcaniche presenti in quantità massicce nella zona. L’Orsini cerca di esaltare l’eccentricità del suo operato con il contrasto fra i materiali. Alterna statue realizzate con materiali finissimi ad altre scolpite con materie più grezze, come la Tartaruga e Nike. Qui le leggi anatomiche sono sfalsate scomponendo, in apparente contrasto visivo ma non simbolico, le proporzioni del gruppo scultoreo.

Invece, con l’impressionante statua dell’Elefante, ha voluto celebrare la memoria del figlio Orazio. L’animale sembra stritolare un’armatura da battaglia. Molti ne hanno visto un elogio al figlio, deceduto durante la Battaglia di Lepanto del 1571. Riguardo il senso di certe figure, alcuni studiosi hanno trovato rimandi a motivi della letteratura rinascimentale come il Canzoniere di Francesco Petrarca, l’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto.

La Casa Pendente: una realtà distorta

Una delle maggiori attrattive del Parco è un piccolo edificio costruito su un masso inclinato: la Casa Pendente. La particolarità è che gli interni hanno una pendenza irregolare, causando una certa vertigine quando si entra. Il gioco prospettico inganna l’occhio e tende a far perdere l’equilibrio. Si avverte di avere una postura del corpo instabile.

Una leggenda collega a questo luogo Torquato Tasso.
Si dice che, seguendo il padre nei suoi viaggi per l’Italia, il poeta s’imbatté in questa Casa. Il padre del Tasso, Bernardo, era molto intimo dell’Orsini e si pensa che lo aiutò egli stesso nella ricerca teorica e simbolica dietro le statue. Il padre della “Gerusalemme Liberata”, allora sedicenne, avrebbe scritto le prime bozze del suo capolavoro proprio in questa Torre, tra un viaggio e l’altro del padre presso l’amico.

Il Tempio della Vittoria: elogio e traguardo

Si giunge così infine al Tempio di Giulia, detto della Vittoria,  che sorge alla sommità del Parco.
Il Tempio fu costruito da Vicino in onore della moglie Giulia. È perfettamente visibile dal palazzo privato di  Vicino. Ciò ha un duplice significato: ricordare e celebrare ogni giorno la persona amata.

Il Tempio riprende forme di diverse epoche: quella classica per la struttura e quella rinascimentale per la cupola. Questa è stata modellata sulla base della più nota cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze. L’interno presenta una piccola aula circolare con una lapide alla memoria della famiglia Bettini.

L’ipotesi esoterica vuole che Il Tempio rappresenti il traguardo dopo il percorso tumultuoso appena percorso. Il Tempio di Giulia Farnese è il premio finale: la gloria dopo il sacrificio e la fatica.
Dopo aver superato mostri ed incubi, si trova la luce.

Il declino e la riscoperta

Il “boschetto” nasce e cresce con Vicino Orsini. Alla sua morte, nel 1585, si ha un lento declino.
Nel corso del tempo, il Sacro Bosco ha affascinato chi aveva il coraggio di addentrarsi al suo interno.
Celebri visitatori sono stati Goethe e Dalí.
Quest’ultimo visitò il parco nel 1938 e ivi girò un cortometraggio. Il luogo lo colpì a tal punto che alcuni rimandi sono presenti nel celeberrimo Le tentazioni di sant’Antonio del 1946.
L’Istituto Luce testimonia con un video del 1948 la visita del catalano. Il noto pittore cercò di acquistarlo dallo Stato Italiano negli anni Quaranta.

L’impresa riuscì ai coniugi Giancarlo e Tina Bettini nel 1950. Lo sistemarono e lo riaprirono al pubblico.
È grazie a loro se il bosco continua ad accogliere e incantare i visitatori.
Altra “esoterica” meta tutta da visitare è la romana Porta Alchemica presso Piazza Vittorio.
Perché non prendersi allora del tempo per visitare la città con calma? Ci sono emozioni e meraviglie che solo Roma può dare!

E tu sei pronto per scoprire altri gioielli tutti nostrani? Cosa ne pensi del Parco dei Mostri di Bomarzo? Diccelo nei commenti e condividi l’articolo sui social, se ti è piaciuto!

Articolo di Gianguido Tridente

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