

Castello D’Albertis
Il Castello D’Albertis rappresenta, tra le case museo della Superba, l’esemplare certamente più affascinante. Legato a doppio filo alla personalità eclettica del suo costruttore e proprietario, riesce a tenere insieme suggestioni che da sempre convivono nell’animo genovese. L’amore per il mare e per la propria città, ma allo stesso tempo quello per il viaggio e le culture “altre”. L’amore per l’andare, tornando poi sempre, ogni volta con un paesaggio in più dentro agli occhi. Con un tesoro in più nella stiva. E un pezzo di cuore lasciato in un altro approdo del mondo. Senza una vera e propria ragione. O forse, come scrisse una volta un altro celebre genovese, per la stessa ragione del viaggio: viaggiare.
Cominciamo il viaggio, allora.
Enrico D’Albertis, gentiluomo di fortuna
Quando ho iniziato a documentarmi su Enrico Alberto d’Albertis, detto anche semplicemente il Capitano, l’analogia con un altro personaggio da me molto amato è nata spontaneamente. Sì, perché il Capitano d’Albertis faceva parte di quella stirpe di gentiluomini un po’ eccentrici e giramondo che, a cavallo tra Otto e Novecento, esplorarono i continenti in un lungo e in largo. Un po’ per passione un po’ perché costretti da non si sa bene cosa. Ma sempre tutti d’un pezzo, e con nonchalance. Via terra, via aria, ma soprattutto via mare.
Il personaggio – letterario – al quale mi riferisco, e che meglio ha saputo condensare in sé tutte le suggestioni sopracitate, è il Capitano Corto Maltese. Uscito dalla penna del veneziano Hugo Pratt, ha fatto viaggiare con la mente generazioni di lettori. Riportandoci in quegli stessi luoghi che, proprio come lui, Enrico d’Albertis aveva visto e percorso per davvero. Sulla Violante prima, poi sul Corsaro, i suoi due cutter personali. E ancora in treno, o su un idrovolante, su un velocipede, o a piedi. Pratt aveva coniato una definizione per gli uomini come Corto Maltese. E come d’Albertis: gentiluomini di fortuna. Uomini che girarono il mondo per il solo gusto di farlo, quando girare il mondo non era mica facile. Quando girare il mondo era ancora un’avventura. Perché il mondo era grande, diverso da quello che è adesso: piccolo, veloce ed elettrico. Senza più capitani o gentiluomini.
Per fortuna ci rimangono le loro storie. I loro tesori e i loro castelli. Parliamone un po’.
Biografia distillata di un lupo di mare
Enrico Alberto d’Albertis nasce a Genova Voltri nella primavera del 1846. I suoi genitori possiedono un lanificio. Enrico studia a Torino, poi si arruola nella Marina di Genova. Partecipa a diverse battaglie, Lerici tra queste. Nel 1870 lascia la Marina Militare ed entra in quella mercantile. Comanda la prima imbarcazione italiana che attraversa il canale di Suez, L’Emilia.
Nel 1872 il suo gusto per il viaggio in sé e per sé lo porta a percorrere in breve tempo la distanza tra Genova e Torino. A bordo del suo velocipede, un progenitore delle nostre biciclette. Ma è il 1874 il vero anno rivoluzionario per il nostro Capitano. L’anno in cui diventa ufficialmente gentiluomo di fortuna.
È allora che decide infatti di vendere le proprie quote dell’azienda di famiglia. Con quei soldi acquista il primo cutter, imbarcazione a vela di circa 10 metri, la Violante. D’ora in avanti viaggerà solo per diporto, per il puro gusto dell’avventura. Navigherà tutto il Mediterraneo, fermandosi più volte in Egitto, Turchia ed Albania. Sempre tornando a Genova ed al suo porto, al saluto benevolo della sua amata Lanterna. Con la stiva sempre piena di nuovi tesori: armi, gioielli, chincaglierie varie e pezzi d’arte e artigianato. Visibili oggi nel museo situato dentro al suo castello genovese.
A questo periodo corrisponde anche la fondazione, assieme ad un gruppo di altri gentiluomini, del Regio Yacht Club d’Italia, esistente ancora adesso.
Nel 1880 acquista il Corsaro, un cutter più grande. Si dedica con questo a rotte più impegnative. Per un attimo si finge Colombo e ne ripercorre il tragitto. Arriva a El Salvador. Da qui in America del Nord: New York, le praterie degli indiani d’America e del Canada. Vuole tornare a casa ma una tempesta lo blocca a largo di Terranova. Quasi un mese in mezzo alla furia del mare. Torna a Genova. Fa un altro giro del mondo, verso l’India, stavolta. Il 1900 non è ancora arrivato.
Nel frattempo, la sua dimora genovese è diventata un castello da lui stesso progettato, sulla collina di Monte Galletto. Ci porta ogni volta i suoi tesori e le sue stanche membra ad asciugare. Ogni volta riparte. Dicono usi un passaggio segreto che dalle sotterranee del castello lo conduce in un batter d’occhio a Santa Brigida, a due passi dal porto. Due passi e di nuovo in mare aperto. Il nuovo secolo lo sorprende africano. Circumnaviga il Continente Nero: Somalia ed Egitto, Sudan, Uganda e Sud Africa i posti dove si ferma.
Il Terzo ed ultimo viaggio intorno al mondo, nel 1910, lo vede in Sud America, a cercare tesori precolombiani. Monte Galletto è grande, la casa andrà pur arredata..
Nel frattempo, ha progettato di suo pugno oltre 100 meridiane, e ottenuto la croce di guerra per il pattugliamento del Tirreno durante il primo conflitto mondiale. Può spegnersi sereno: lo fa nel 1932, nel suo amato castello. Non prima di averlo donato al comune di Genova. Che ne facessero un museo, belin!
Castello D’Albertis, dimora e museo
Il Castello D’Albertis si trova in Corso Dogali al numero 18, in quello che oggi è il quartiere di Castelletto, che domina Genova dall’alto. Vi si può Arrivare dalla stazione di Piazza Principe tramite un apposito ascensore. Quando fu costruito il castello, l’altura di Monte galletto ancora non era urbanizzata. Il nostro capitano la scelse per stare in beata tranquillità a godersi da lontano la voce del Mar Ligure.
Fu lo stesso Enrico a disegnare il progetto, assieme a due architetti e due scultori-decoratori. Lo costruirono tra il 1886 e il 1892, anno della sua inaugurazione. 400 anni prima il vero Colombo scopriva l’America.
Le fondamenta erano in realtà quelle di un vecchio bastione, facente già parte delle mura trecentesche, in rovina. D’Albertis volle una dimora nello stile medievale che andava di moda presso i signori del periodo, oggi detto neogotico. Una torre merlata, arcate a sesto acuto e suggestioni moresche, turche ed egizie negli interni. Poi una cabina di nave per stanza da letto, per sentirsi sempre in viaggio. Nel corso degli anni, come già detto, il Capitano la arredò coi tesori portati dai suoi viaggi attraverso i continenti. Celebre la scalinata principale, sulle cui pareti corrono per cinque piani lance, alabarde ed armi lunghe d’ogni tipo, partendo dalle più primitive via via a salire come in una scalata evoluzionistica sull’arte della guerra. La maggior parte degli arredi fu però comprata o fatta costruire appositamente, per dar forse all’ospite l’impressione di trovarsi dentro ad un salotto da sogno, dove l’originale e l’artefatto si confondono, come paesaggi e orizzonti nella mente di un viaggiatore. Apice di questo pot-pourri ornamentale è sicuramente lo splendido salotto turco, una delle camere più affascinanti dell’edificio, assieme a quella delle meridiane ed alla stanza del navigatore.
Il castello D’Albertis è stato in realtà abbandonato per decenni, e ristrutturato solo nei primi anni 2000. Oggi ospita quello che è il Museo delle Culture del Mondo.
Il percorso della mostra parte coi viaggi e i tesori di Enrico. Si arricchisce poi di sezioni dedicate a quelle culture che il Capitano conobbe, osservate però con sguardo più moderno e appropriato. Aborigeni e indiani d’America, popoli della giungla e del deserto. Civiltà cadute nell’oblio. Gli interni si sono così via via impreziositi, ed oltre agli oggetti e agli arredi originali, troviamo adesso anche tutta una serie di nuovi elementi. Scelti meticolosamente dai curatori del museo. Parallelamente a quello principale, nel castello troviamo anche il Museo delle Musiche del Mondo, coi suoi laboratori interattivi. D’ estate, inoltre, il cortile esterno diventa sede di concerti ed eventi. Da non perdere assolutamente. Parola di un gentiluomo di fortuna.
E tu hai già visitato il Castello D’Albertis? Raccontacelo nei commenti. E se l’articolo ti è piaciuto, condividilo coi tuoi contatti!
Articolo di Davide Mesina
